RICERCA

Ho scelto presto di essere prima una persona libera e poi un’artista. Sapevo che questa priorità mi avrebbe portata su una strada complessa, poco conciliabile con i percorsi rassicuranti, ma carica di senso. È stata una scelta consapevole: la libertà come condizione necessaria dell’atto creativo.

Nel tempo sono stata spesso definita una figura difficilmente classificabile. Ho lavorato attraversando ambiti diversi — arte, teatro, cinema, design, decorazione — senza mai sentire il bisogno di aderire a un linguaggio unico o a un metodo stabile. La mia pratica nasce da una ricerca continua su tecniche e materiali non convenzionali, guidata da un fare che potrei definire poietico: un processo in cui l’idea prende forma attraverso l’esperienza diretta, il contatto, la trasformazione.

Il mio lavoro è nutrito prima di tutto da immagini interiori. Il modo in cui guardo la realtà — in modo diretto, penetrante, non conciliato — segna una distanza dai metodi tradizionali e apre a forme espressive nuove. Come scriveva Croce, l’arte è un’intuizione che si fa espressione: questa è la matrice delle mie sperimentazioni pluridecennali su carta, plastica, metallo, stoffa, vetro. Parto sempre dalla qualità visibile e tattile degli oggetti, naturali o artificiali, fino a trasformare in materia artistica ciò che la società dei consumi espelle e abbandona.

Il mondo che mi circonda non è per me un semplice soggetto da rappresentare, ma una realtà da sottrarre al flusso quotidiano per diventare essa stessa linguaggio. Non mi interessa il gesto neutro della decontestualizzazione: non basta privare un oggetto della sua funzione per farne un’opera. È necessaria una manipolazione, un intervento, un processo di metamorfosi che comporti una presa di responsabilità formale e simbolica.

Se l’arte è, come sostengono Adorno e Benjamin, una forma di conoscenza, allora il suo contenuto reale implica un mutamento degli oggetti e delle tecniche impiegate. Il significato dell’opera non risiede nella sua presunta sacralità o originalità, ma nel contenuto di verità che emerge dalla scelta, dalla trasformazione e dalla collocazione operate dall’artista.

Accanto a questa dimensione consapevole, rivendico il valore di ciò che nel processo creativo appare casuale, irrazionale, perfino privo di senso. È proprio lì che l’opera può agire come stimolo, come attrito, come esercizio per una sensibilità collettiva sempre più anestetizzata dalla civiltà dell’immagine e dello spettacolo. Un percorso che è stato riconosciuto anche da Gillo Dorfles, che mi ha dedicato alcune pagine nella sua ultima pubblicazione Gli artisti che ho incontrato.

Fare arte significa anche rielaborare il dolore, il conflitto, l’esperienza personale che non trova altre forme di narrazione. Nel lavoro pratico, questi elementi possono trasformarsi, trovare uno sbocco e una sublimazione senza i quali resterebbero muti e inaccettabili.

Questa visione mi ha portata, nel tempo, a coniugare la pratica artistica con una didattica attiva rivolta alle nuove generazioni. Da oltre vent’anni insegno nel laboratorio di Ecodesign e Decorazione presso l’Accademia di Brera di Milano, dove il lavoro con gli studenti ruota attorno a una riflessione estetica sull’ecosostenibilità e sull’economia che governa i comportamenti umani. Non trasmetto modelli, ma processi: osservazione, sperimentazione, capacità di far emergere le idee e metterle in dialogo.

È da questo terreno che nasce il talento e si rinnovano i linguaggi: idee autonome, spesso paradossali, fuori dalla convenzione. Idee che, nel corso della storia, hanno saputo insinuarsi nella mente collettiva fino a modificare il modo stesso di pensare e di abitare il mondo.